giovedì 16 febbraio 2012

Rassegna cinematografica "Punti di vista" terza ed.



Dopo il successo delle precedenti edizioni e a grande richiesta torna a Lanciano (Chieti) il cinema d'autore.
"I soliti ignoti" in collaborazione con Ciakcity cinema di Lanciano tornano con la terza edizione dell'acclamata rassegna di film d'essai perduti tra le maglie (sempre più strette per le pellicole indipendenti) della grande distribuzione cinematografica.
Sette gli appuntamenti che come di consueto allieteranno i martedì dei cinefili della zona a partire dal 21 febbraio fino al 3 aprile.
L'abbonamento per l'intera rassegna costerà 23 euro mentre il biglietto singolo 5 euro.
Questa la lista dei film e le date:



Come sempre le visioni saranno precedute da una piccola presentazione del de-romantico per una visione più consapevole riguardo la genesi della pellicola in questione.

Grafica by morango

mercoledì 15 febbraio 2012

The Help


Regia: Tate Taylor
Distribuzione: Touchstone pictures
Sceneggiatura: Tate Taylor
Fotografia: Stephen Goldblatt
Montaggio: Hervè De Luze
Scenografie: Mark Ricker
Musiche: Thomas Newman
Genere: Drammatico
Con: Emma Stone, Viola Davis, Jessica Chastain, Octavia Spencer
Durata: 137'








Siamo negli anni 60 a Jackson in Mississipi, Eugenia “Skeeter” Pelan (Emma Stone) torna a vivere a casa dopo gli anni universitari ma a differenza delle sue coetanee Skeeter è interessata soprattutto alla sua carriera piuttosto che mettere su famglia con relativa prole con grande costernazione da parte delle amiche già sposate e sua madre.
Trova un impiego presso un giornale locale in cui deve rispondere alla posta delle casalinghe ma impreparata sull'argomento inizia a farsi consigliare dalla domestica di una sua amica, Aibileen (ViolaDavis) che lentamente inizia a raccontarle la commovente storia della sua vita.
Skeeter, incoraggiata da un importante editore newyorkese, inizia a lavorare in segreto ad un progetto letterario in cui sono coinvolte altre cameriere di colore della città amiche di Aibileen e le loro storie, lavoro che mira a svelare i più radicati pregiudizi razziali della piccola comunità di Jackson ed un grido di speranza che scuota la nazione intera.

È la storia di una favola reale, di un progetto fortemente voluto e coronato da ben 4 nomination all'oscar. Ma andiamo con ordine. Il regista Tate Taylor e la scrittrice Katryn Stockett sono nati e cresciuti proprio a Jackson nonché amici da sempre. Prima di pubblicare l'omonimo romanzo (che poi sarebbe diventato un caso letterario ed un grandissimo best seller) la Stockett se lo è visto rifiutare dalle case editrici ben sessanta volte. L'amico regista Taylor dopo aver letto il manoscritto e prima ancora che fosse pubblicato decise immediatamente di acquistarne i diritti per farne un film. Propose il progetto al produttore Brunson Green, anch'egli di Jackson ed insieme decisero di trovare una società di produzione che fosse disposta a finanziare il progetto. Dopo vari anni i loro sforzi furono premiati e  finalmente il progetto si concretizza grazie anche all'interesse della Dreamworks; il seguito è storia recente. Costato appena 25 milioni di dollari solo negli Stati Uniti sbanca il botteghino incassandone 170, plausi entusiastici anche dalla critica e conseguenti nomination ai premi oscar 2012.

Quali sono le ragioni di tale successo? 
Anzittuto le interpreti, cast eccezionale tutto femminile (Viola Davis, Octavia Spencer e JessicaChastain tutte candidate all'oscar eccetto la pur brava Emma Stone) che in un film corale fa la differenza. E poi il décor patinato degli anni 50 tornato in voga oggi, con l'abbigliamento, gli abiti e le pettinature che nell'era della retròmania attuale s'incastra alla perfezione. Menzioni particolari alla spettacolare scenografia di Mark Ricker e la vivace fotografia di Stephen Goldblatt. Tutti ingredienti che miscelati a dovere hanno contribuito all'inaspettato successo della pellicola.
Certo la sceneggiatura è probabilmente il punto debole - classica e un po' ruffiana - che non piacerà ad una certa critica “raffinata”, ma i temi dell'intollerenza e dei pregiudizi razziali qui sono dipanati con profonda autenticità, seppur con fatti inventati tant'é che lo stesso regista ha dichiarato che negli anni sessanta in una città come Jackson era alquanto improbabile una cooperazione tra diverse cameriere di colore. La messa in scena pero' relega in secondo piano le fredde congetture razionali per lasciare spazio ed abbandonarsi al tepore caldo e confortante delle emozioni sciorinate a più riprese durante la durata (lunga) del film.

Perfettamente bilanciata tra ironia e drammaticità la pellicola di Taylor dribbla gli scetticismi iniziali e le accuse di inautenticità storica con una regia pulita e non ingombrante che punta tutto sul valorizzare le straordinarie interpreti sottolineando ancora una volta come il tema razziale rappresenti una ferita ancora aperta negli Stati Uniti  - oltreché materiale sempre pregiato per sceneggiature hollywoodiane di successo - attestandosi prepotentemente con nuovo ardore nel filone dei grandi classici del genere quali “Il buio oltre la siepe” “Lalunga strada verso casa” e “Il colore viola”.


VOTO 7

domenica 5 febbraio 2012

I migliori film del 2011

10 - SOURCE CODE di Duncan Jones


Duncan Jones - dopo lo straordinario esordio con "Moon" - rinnova quella tensione ed utilizza la fantascienza come espediente per indagare le dinamiche più oscure ed intime dell’animo umano, e con il suo ausilio elabora una grammatica introspettiva che scandaglia la psiche e concentra l’attenzione sul tema portante dell’identità. Bowie junior è abile a fondere le istanze della fantascienza classica con i blockbuster moderni, senza pagare dazio all’intrattenimento con la sofisticatezza del proprio sguardo, sviluppato con uno stile concreto ed impeccabile.
Dentro tanta materia cerebrale batte un cuore caldo. Bentornata fantascienza, ci eri mancata.


Come rovinare un film grazie ad un titolo ridicolo (l'originale "The Guard" ossia La guardia) e una locandina peggiore grazie ai distributori italiani. Una black comedy eccentrica ed imprevedibile, condito dall'inimitabile humour irlandese, sulla figura insolita e solitaria di un personaggio da western al tramonto interpretato a un superbo Brendan Gleeson candidato al Golden Globe per il ruolo. Sorprendente esordio dietro la macchina da presa per lo sceneggiatore McDonagh (fratello del McDonagh autore di "In Bruges"). Amara, esilarante e originale e politicamente scorretta “The Guard” è una delle migliori commedie delle commedie dell'anno ed una pellicola che lascia il segno.








Roman Polanski torna in grande stile con un'opera tratta dalle fortunata pièce teatrale della  drammaturga francese Yasmine Reza (che collabora alla sceneggiatura) intitolata “Il dio della carneficina”. Sorretto da un cast eccezionale con ben tre premi oscar, Kate Winslet Jodie Foster e  Christopher Waltz e il sorprendente John C. Reilly ma soprattutto da una sceneggiatura che si avvale di ottimi dialoghi che incalzano la narrazione senza tediare o perdite di ritmo.
Essenzialmente “Carnage” è un film sull’incomunicabilità dell’essere umano, in una società che involve antropologicamente tornando alle primordiali lotte di sopravvivenza animali nella giungla umana per stabilire il primato. La teatralità della messa in scena non soffoca il potenziale visivo e narrativo bensì ne esalta i punti di forza che rendono questa  commedia cinica e spietata.




Attingendo a piene mani dalle proprie esperienze
adolescenziali, il regista Shane Meadows traccia il ritratto di un momento di storia culturale inglese spesso trascurato. Sullo sfondo di una deprimente cittadina, siamo i testimoni di un traumatico rito di passaggio, sia culturale che personale, osservato attraverso gli occhi di un ragazzino.
La parabola del giovane Shaun diventa così una metafora per una intera nazione, incapace di emergere da una situazione drammatica se non con il conformismo di una mentalità che cerca la forza nel gruppo ma non riconosce la dignità dell’altro. Una pellicola indipendente dura e coraggiosa che solo dopo cinque anni è stata distribuita nel nostro paese ma che è divenuta subito un piccolo cult. 












6 - LE IDI DI MARZO di George Clooney


Il pallino del Clooney regista è la politica ed al suo quarto cortometraggio continua ad indagare tra le pieghe del potere con una vicenda che si sviluppa tutta dietro le quinte  in un susseguirsi di dialoghi serrati e tensione crescente grazie ad una messa in scena sofisticata ma dall'impalcatura narrativa classica. Circondato da un cast d'attori di prim'ordine (Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Ryan Gosling, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei) il bel George è abile a dirigere e orchestrare un thriller politico impegnato e patinato che riporta in auge il cinema americano che mette in campo lo star system di Hollywood all'impegno civile.














5 - WARRIOR di Gavin O'Connor


Una delle vere sorprese dell'anno. O'Connor gira un film sulla redenzione attraverso la metafora tematica tanto cara ed abusata del ring come occasione di riscatto. Ma qui siamo lontani dai canoni hollywoodiani, il suo è un cinema fatto di corpi piegati dalla volontà, che vola alto schivando a più riprese i cliché e le dinamiche del genere. Un trionfo commovente di perdent,i essenziale, scarno e votato tutto sulla fisicità e la spettacolarità dei combattimenti. 
Una storia possente e solenne che rimane negli occhi e si conficca sottopelle. 


















4 - NON LASCIARMI di Mark Romanek


Cupo, malinconico ed elegante il film di Mark Romanek è una storia d’amore atipica, insolita ed angosciante tratta dal bellissimo romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro che si poggia sul genere fantascientifico pur non attingendo a nessun crisma del genere. La storia di tre anime che crescono, amano e soffrono cercando di dare un senso alle loro esistenze, accettando con composto dolore il loro tragico ed ineluttabile destino. 






















3 - DRIVE di Nicolas Winding Refn



Refn gira un film di genere cinico ed originale che evita le trappole hollywoodiane del conformismo e soprattutto quelle del dejavù riuscendo ad articolare un meccanismo perfetto che si avvale di un montaggio straniante, angolazioni insolite che creano sorprendenti composizioni visive che si sincronizzano perfettamente con l'emotività e la tensione pulsante che viene sciorinata nella pellicola. Incastrando una storia d'amore in un noir pulp difficile da dimenticare. Premio miglior regia al Festival di Cannes.
Un regista da seguire che si conferma uno dei migliori autori visionari dell'ultima generazione.
















2 - THE ARTIST di Michel Hanazavicius


Il caso dell'anno. Una dichiarazione d'amore alla settima arte che in piena era digitale e tridimensionale torna alle origini del cinema, all'epoca del muto e del bianco e nero in un'opera indimenticabile, un gioiellino destinato a far breccia nei cuori di tutti i cinefili innamorati di quest'arte. Un'opera tenera e leggera realizzata con stile e grazia d'altri tempi ma con piglio moderno. Ritmo, eleganza e passione sono gli ingredienti esplosivi di un film che rimarrà negli annali di storia del cinema e che regala in sala un esperienza sensoriale diversa, tutta giocata sulle immagini e lo splendido sonoro che accompagna la narrazione. Imperdibile.
















1- THE TREE OF LIFE di Terrence Malick


Il film più atteso dell'anno. Ancora più complessa di quanto fosse lecito attenderci. Le origini della vita in un percorso che attraversa spazio, tempo e memoria alla ricerca intima e umana del senso di tutto ciò che esiste. La mitologia dell'anima, contrasto tra natura e grazia secondo Terrence Malick, che parte dal privato per giungere all'universale in un gioco di metafore, simboli, dialoghi in una sinfonia d'immagini complessa e affascinante per raccontare la storia di una famiglia americana degli anni 50 come se fosse solo una cellula infinitesimale ma palpitante nel cosmo e nel processo di creazione.
Un film immenso che non si esaurisce nella semplice visione, che ne necessita ulteriori e ridisegna i confini stessi del cinema e che probabilmente non è nemmeno di questa epoca.

mercoledì 1 febbraio 2012

Le migliori canzoni del 2011 part 2

10 - THE CROOKES - Bloodshot days 
Freschi, giovani e cool i ragazzini di Sheffield saccheggiano l'armamentario musicale britannico degli anni 80 rielaborandolo per i palati degli anni zero in una miscela frizzante e leggera di brit-pop sincero ed immediato. Come questo brano che ricorda i pomeriggi adolescenziali passati ad ascoltare gli Smiths in cameretta il sabato pomeriggio. Morrissey mood esplicito in questa song.



9 - GRUFF RHYS - Shark ridden waters
Il leader dei Super Furry Animals partorisce un album patellato e melodico, arrangiamenti curati e cura dei dettagli certosina come sempre. Ogni canzone è una boccettina di shampoo colorata che contiene una miscela equilibrata di Pop e Psichedelia. A metà strada tra Brian Wilson dei Beach Boys e Burt Bacarach come in questo splendido singolo dal gusto vintage.



8 - CAKE - Long time
Il pregio della rodata band californiana è quello di avere un sound riconoscibile al primo ascolto, posseggono quella leggerezza capace di rendere quelle le giornate storte o uggiose più lievi, e quelle solari e raggianti ancora più radiose. Da vent'anni le loro songs sono pezzi di torta che insaporiscono e impreziosiscono le giornate. Come questo singolo irresistibile che fa da colonna sonora anche per il magnifico finale della prima stagione della serie tv Shameless che è già cult. (Non conoscete Shameless?? siete pregati di lasciare immediatamente questo blog)



7 - I CANI - Le coppie
I cani sono una delle band più interessanti del panorama indie italiano ed il loro esordio è una delle sorprese più convincenti ed originali di questo 2011.
Qui vi proponiamo il brano simbolo che impazza in rete insieme al video girato dal filmaker lancianese Bennet Pimpinella. E ricordate che "La statistica afferma che spesso chi dà il primo bacio nel seguito del primo amplesso sarà quello che ne uscirà male".





6 - WILD BEASTS - Albatross
Il synth-pop sofisticato e sensuale sciorinato a colpi di falsetto del leader Hayden Thorpe, seduce e accarezza da ogni prospettiva musicale si guardi. Si canta l'amore passionale, carnale e viscerale quello che sgorga dal desiderio e fluisce e si perde sulla pelle.
Questo singolo ondeggia sinuoso e lezioso che stringe senza soffocare. 



5 - THE KILLS - Satellite
Punk, rock, blues e melodia. Da sempre sono questi gli ingredienti del duo americano: la voce ruvida e sensuale di Alison Mosshart si fonde con la chitarra sporca e maledetta di Jamie Hince, noto alle cronache per aver portato all'altare la modella bad-girl Kate Moss.
Il risultato produce tra le altre questo singolo dannatamente ammaliante, con quel ritmo in levare, drum machine e cori che invitano a danze dionisiache orge di sensi.





4 - GIRLS - My ma
Si fanno chiamare GIRLS ma è un duo di ragazzi talentuosi di San Francisco. Il loro secondo album "Father, son, holy, ghost" è un piccolo capolavoro e tra le tante perle c'è questa meno celebre ballata retrò spalmata su un tappeto di hammond sussurrata, struggente e delicata. Come un tramonto, come un ricordo, come un addio.



3 - JAMES BLAKE - Limit to your love
Ascoltare questo ragazzo inglese di vent'anni con una voce soavemente angelica e al contempo seducentemente luciferina è come essere fermi su di un giaciglio ad osservare ciò che la musica è ora ma soprattutto come sarà domani. Il dubstep è l'unico nuovo genere interessante e scevro, privo di coordinate sul quale sperimentare e che da qui in avanti darà soddisfazioni ai palati sonori. Qui questo genere flirta pesantemente con il pop in una sintassi sonora affascinante ed avvolgente trasformando un brano di Feist in un gioiellino che traccia il confine tra la vecchia concezione di musica pop ed il nuovo. Fermiamoci ed osserviamo il futuro che albeggia dinanzi a noi.



2 - JOSEPH ARTHUR - Out on a limb
La malinconia è un limbo, un luogo di confine situato al confine tra la tristezza ed i bei ricordi. Il cantautore americano torna con un album più maturo, d'impostazione classica con ballate pronte a scaldare l'inverno, dal sapore di cose perdute, aneliti di tempi andati. Da ascoltare con la neve o in una giornata di pioggia, davanti ad un camino in cerca di calore mentre ci si abbandona ai ricordi. La malinconia come manto con cui scaldarsi e difendersi.
Questo brano è l'ultimo sguardo su un amore che finisce e sfila via tra le dita.



1- THE BLACK KEYS - Lonely boy
Il duo di Akron utilizza gli stessi ingredienti di sempre: chitarra e batteria in un mix esplosivo semplice ed esplosivo. Dentro c'è il blues, il rock ed il soul e grazie alla produzione di Danger Mouse la cui miscela li trasforma nella band più cool del pianeta. Questo singolo vintage che celebra il rock seventies ne è l'emblema pronto a infiammare i dancefloor con un video con l'omino che danza sulle note della canzone, semplice e divertente divenuto già un cult in rete.
Irresistibile.



0 - DIRTY BEACHES - Lord knows best
Dai lerci scantinati di periferia alle snob platee hipster. Lui è Alex Zhang Hungtai nato a Taiwan, cresciuto alle Hawaai e residente in Canada. La sua musica è uno splendido ibrido tra Suicide, Elvis Presley, David Lynch ed il noise in bassa fedeltà.  Uno sconosciuto che è divenuto paladino e voce dell'underground che dedica il proprio disco al padre omaggiando la musica che egli amava: il sound americano anni 50 quella dei crooner come Ray Orbison.
Riprendendo quelle atmosfere, con pochi mezzi a disposizione e quindi una qualità necessariamente lo-fi a cui sopperisce con idee e talento.
Questo singolo è un lento che sembra provenire da un vecchio vinile, orchestrato su un loop pianistico da cui emerge timida e affranta una voce d'altri tempi carica di dolente romanticismo. Semplice e geniale. Il brano zero dell'anno.


giovedì 26 gennaio 2012

Le migliori canzoni del 2011 part 1

20 - NOEL GALLAGHER - The death of you and me

Che fosse lui a mandare avanti la baracca degli Oasis e che fosse il fratellino più talentuoso di casa Gallagher lo si era capito da anni, - quasi tutte le canzoni simbolo infatti erano opera di Noel -e con il primo album da solista lo conferma ampiamente. Tra i gioielli dell'album spicca questo primo singolo, rockblues elegante e melodico con uno splendido assolo di tromba che è già un cult.



19 - THE DECEMBERIST - This is why we fight

Come si fa a non essere conquistati dalla voce melodica di Colin Meloy, leader dei Decemberist, che sforna un album di puro e semplice folk rock senza fronzoli e inutili orpelli prog che caratterizzavano l'album precedente. Semplice e emotivo come questo singolo che si piazza in testa sin dal primo ascolto e te lo ritrovi a canticchiare in ogni momento della tua giornata.



18 - I MISSILI - Fossili

Hanno solo un Ep al loro attivo ma con le idee chiare e tanto talento. Questo brano è una filastrocca sonora sbilenca e obliqua che ti si inchioda in testa con il suo incedere ipnotico e suadente dal sapore acidognolo come il gusto in bocca post sbornia la domenica mattina.




17 - KAKKMADDAFAKKA - Restless

Questa band dal nome impronunciabile arriva direttamente da Bergen in Norvegia, terra desolata e fredda quella scandinava eppure musicalmente attiva capace di scaldare le notti a colpi di funk rock come questo splendido singolo vagamente danzereccio.



16 - KASABIAN - Switchblade smiles

Il loro quarto album " Velociraptor!" è stato in vetta alle classifiche di mezzo mondo, non è di certo ispirato come il precedente, nemmeno vagamente una traccia delle "..influenze di Pink Floyd e Nirvana" come avevano dichiarato ma alcuni brani valgono da soli il prezzo dell'album. Come questo primo singolo contaminato con elettronica e fiati, nervoso e adrenalinico al punto giusto. Roba che spacca i culi!



15 - SING FANG - Fall down slow

Questo folletto svedese ex leader dei Seabear è l'alternativa folk del connazionale Jonsi (frontman dei Sigur Ròs) atmosfere eteree che rimandano a lande fredde e solitarie sferzate dal vento come in questo brano che pare sepolto da una coltre di neve dalla quale emerge l'eco gentile e magico di uno spiffero di voce boschiva e lontana.



14 - S.C.U.M. - Whitechapel

Gli inglesi S.C.U.M. (acronimo di Society for Cut Up Man manifesto dell'attrice Valerie Solanas attentatrice femminista di Andy Warhol) fanno parte di quel filone musicale britannico più noir ed esistenzialista degli ultimi anni che deve molto alle influenze di Velvet Underground e Joy Division. Scoperti dalla rete e lanciati dai Portishead dimostrano nel loro esordio tutta la loro magnetica personalità come si evince chiaramente anche da questo brano dal piglio post new wave.



13 - BURIAL - Stolen dog

William Bevan è un ragazzo timidissimo, lontano dal successo che lo ha travolto con il suo esordio di qualche anno fa, e lontano soprattutto dalle serate modaiole dopo l'esplosione della dubstep, dai club e non ama mostrarsi in pubblico. Tutto ciò si palesa nella sua musica, la vera anima di un dubstep cupo e liquido, diluito in un mantra sonoro ipnotico e ammaliante, che sferza e seduce.




12 - MILES KANE - Rearrange

L'ex leader dei Rascals (e metà del progetto Last Shadow Puppets insieme ad Alex Turner degli Arctic Monkeys) partorisce un album vintage che riscopre e riaffresca il britpop classico dimostrando di saper maneggiare abilmente il genere con navigata destrezza a discapito dei suoi soli 25 anni. Classicità udibile in questo perfetto singolo che il ragazzo di Liverpool propone con un arrangiamento elegante ed un riff melodico e brioso.



11 - THE ANTLERS - Putting the dog sleep

Il progetto di Peter Silberman, Th Antlers, due anni fa aveva dato alla luce un concept album "Hospice" capolavoro intimo sul rapporto uomo-malattia. Tornano con un secondo album "Burst Apart" teso ancora una volta a rimodellare i contorni del post-rock contemporaneo. Questa ballata ci riporta alle notti insonni passate tra le quattro mura silenziose delle nostra stanza a riflettere e rimuginare su un passato che non torna oppure alle lunghe passeggiate notturne malinconiche e un po' alcoliche in cui i contorni stessi dello spazio e del tempo sfumano e danzano. Magica ed onirica.

lunedì 9 gennaio 2012

Midnight in Paris


Regia: Woody Allen
Produzione: MedusaUSA 2011
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Johanne Debas, Darius Khondji
Montaggio: Alisa Lepselter
Scenografie: Anne Seibel
Musiche: Stephane Wrembel
Con: Owen Wilson, Rachel McAdams, Marion Cotillard, Michael Sheen
Durata: 94'










Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore hollywoodiano con aspirazioni da scrittore in vacanza a Parigi con la futura moglie Inez (Rachel McAdams) e i suoceri per cercare di ritrovare l'ispirazione perduta per un romanzo. A causa di un corto circuito temporale misterioso ogni sera a mezzanotte verrà trasportato nella magica Parigi degli anni 20 in cui incontrerà tutti i suoi artisti preferiti nel pieno del fermento culturale di quell'epoca d'oro.
Nel tentativo di prolungare questi suoi incontri privilegiati tenta di ripetere il “miracolo” ogni notte destando i dubbi del suo futuro suocero insospettito dalle sue fughe notturne.

Woody Allen continua il suo Grand Tour nelle capitali europee e questa volta sceglie Parigi una delle sue città più amate e già utilizzata come sfondo narrativo in “Tutti dicono I love you" film del 1996 in cui è indelebile la scena di Goldie Hawn che volteggia elegantemente per aria danzando lungo le rive della Senna.
La capitale francese deve ispirare nel regista newyorchese qualche magico incantesimo se anche in questa pellicola decide di affidare le sorti della pellicola ad un espediente narrativo già ampiamente abusato dalla cinematografia recente per omaggiare con il proprio tocco personale i suoi miti e riferimenti artistici del passato privilegiando l'epoca d'oro della Parigi degli anni 20.

Il cinema di Allen continua circolarmente a ruotare attorno ai temi cari rimpastati e farciti ogni volta in maniera diversa, cambiano gli ingredienti e i suoi alter-ego ma la sostanza rimane la stessa. Certo qui il suo sguardo si amplia “importando” dal passato figure imponenti del mondo letterario e artistico deliziando i cultori con scambi di battute e dialoghi vivaci e sfiziosi riuscendo ad affascinare anche coloro che non conoscono i personaggi che sfilano fugacemente sullo schermo ed è qui che risiede uno dei punti di forza del film. Tutta la parte “onirica” della pellicola ambientata nel passato sembra funzionare mentre è proprio il presente narrativo a destare molti dubbi sia in fatto di recitazione che di sceneggiatura risultando un po' forzata e poco funzionale.

Penalizzato anche da un doppiaggio italiano pessimo Allen risulta meno brillante del solito, con qualche solito guizzo geniale ma meno cinismo, che in fondo è la parte che più adoriamo e si esce dalla sala soddisfatti ma con quel tedioso senso di incompletezza che serpeggia nell'aria come esser stati sedotti ma poi abbandonati dalla propria amante.
Un Allen diverso, più “popolare” del solito (gli incassi al botteghino per un suo film sono i più alti di sempre) che deluderà alcuni fan ma ne accoglierà di nuovi al proprio cospetto.



VOTO 6

sabato 10 dicembre 2011

One day


Regia: Lone Scherfig
Produzione: Bim USA 2011
Sceneggiatura: David Nicholls
Fotografia: Bonoit Delhomme
Montaggio: Barney Pilling
Scenografie: Mark Tildesley
Musiche: Rachel Portman
Con: Anne Hathaway, Jim Sturgess, Romola Garai, Ken Stott
Durata: 108'








15 luglio 1988 giorno di San Swithin. A Edimburgo Emma Morley e Dexter Mayhew si laureano, si conoscono e passano la notte insieme abbracciati, senza far l'amore. S'incontrano nel momento più bello della loro vita, quando tutto sembra possibile. Ma le loro strade prenderanno direzioni diverse e devono dirsi addio. Per vent'anni si inseguiranno, si perderanno e si sfioreranno senza mai potersi dire che il loro è vero amore. Ogni anno il 15 luglio sarà una data speciale, ovunque si trovino e qualsiasi cosa stiano facendo, le sensazioni di quella prima notte insieme tornerà a vibrare.

L'eterno conflitto cinema/letteratura si ripresenta anche in questa pellicola, atteso adattamento cinematografico di uno dei maggiori best seller degli ultimi anni, osannato da pubblico e critica, il romanzo pubblicato nel 2009 “Un Giorno” di David Nicholls.
L'annosa questione si complica ulteriormente laddove lo scrittore sia anche lo sceneggiatore del film - come in questo caso – e il romanzo in questione sia un resoconto dettagliato di un giorno preciso della vita dei due protagonisti lungo l'arco narrativo e temporale di venti lunghi anni.
A dirigere e distillare sapientemente per il grande schermo la matrice letteraria troviamo la regista danese Lone Scherfig – proveniente dalla scuola del Dogma di Lars Von Trier – autrice del fortunato “An education” che si era aggiudicato alcune nomination agli scorsi premi oscar.

Costruito su un architrave temporale fragile la narrazione visiva procede dal presente per passare via via in lunghi flashback in cui familiarizziamo con i due protagonisti ed è qui che iniziamo a veder scricchiolare le assi del racconto. Se infatti nel romanzo il trucco narrativo di raccontare il quadro generale di un rapporto complicato e indefinibile attraverso la descrizione di un solo giorno dell'anno della vita di entrambi funziona ed è speculare alla narrazione tutto ciò sul grande schermo si dissolve. Difficile far crescere un pathos che caratterizzi in modo pregnante la relazione dei due protagonisti e a livello cinematografico l'andirivieni temporale diviene una lunga sequenza di piccoli sketch romantici farciti di cliché e dialoghi serrati che tenta di replicare sullo schermo il tono ed il ritmo del romanzo che a lungo andare disperde tutto il potenziale emotivo recuperandolo solo verso il finale.

Il difetto principale è costituito dal voler proporre un accumulo di situazioni sentimentali con colpevole prevedibilità ed il tocco autoriale della regista che avevamo apprezzato nel suo precedente lavoro qui è totalmente assente e la pellicola ne risente. Anche i due attori protagonisti la sempre splendida Anne Hateway (Rachel staper sposarsi) ed il monocorde Jim Sturgess (Acrosse the universe) - sembrano non avere quel particolare feeling che riesce a scaldare i cuori degli spettatori a cui puntano.
Una pellicola indecisa tra commedia e melò che ambiva a divenire un cult ed invece si accontenta di rimanere una fedele e debole trasposizione cinematografica intrisa di un sentimentalismo fine a sé stesso che non coinvolge e appassiona fino in fondo come dovrebbe.


VOTO 6